Il mito di Attis e la Pasqua – Terza Parte: La dea straniera

Pubblicato da Michele Del Mastro - il 2 aprile 2012 19:21

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Nei tumultuosi giorni della seconda guerra punica, le continue vittorie in Italia di Annibale gettarono nel panico la popolazione romana, che, come sempre accadeva in questi frangenti, cercò risposte nei Libri Sibillini, tomi oracolari donati secondo leggenda

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dalla Sibilla Cumana alla città  al tempo dei re. I Libri a quanto pare consigliarono di “recuperare” la grande pietra nera, simulacro della Magna Mater, la dea Cibele. Fattosi donare da re Attalo la pietra, il Senato approvò la costruzione di un grande tempio sul Palatino dove accogliere la dea, inaugurato nel 191 a.C. e ricostruito completamente in marmo due secoli dopo da Augusto, grande devoto. Questa decisione ha una certa importanza visto che a nessun dio straniero era permesso avere un tempio sul sacro colle di Roma, ma, dato l’estremo bisogno di ingraziarsi la divinità, fu usato un espediente: siccome la sua terra di origine era anche la patria di Enea, a cui i romani facevano risalire la propria stirpe, era d’obbligo e naturale adottare anche la dea nel pantheon romano. Da allora il culto divenne sempre più importante nella vita religiosa dei romani, raggiungendo il suo culmine durante il I e II secolo d.C. Le celebrazioni della dea si svilupparono in due modalità: i Ludi Megalensi (Megale era il nome greco con cui era conosciuta anche la dea) che si svolgevano dal 4 al 10 aprile e a cui partecipavano tutti cittadini romani, e il culto misterico originario, a cui erano ammessi solo gli iniziati ed erano officiati da sacerdoti frigi chiamati galli, che duravano per ben 14 giorni, dal 15 al 28 marzo.

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