A volte, se non spesso, accade che gli eroi perdenti siano capaci di suscitare emozioni e sentimenti più intensi di quelli provocati dai vincitori, soprattutto se la causa della sconfitta non è dovuta a debolezza, arrendevolezza, mancanza di abilità o codardia, ma al destino avverso.
Accade nella fantasia, basti pensare alla grandezza di Ettore ucciso da Achille nell’Iliade omerica, così come è successo spesso nella Storia, e Annibale Barca, il fiero politico e condottiero cartaginese che riuscì a mettere in ginocchio Roma, ne è un chiaro esempio.
Possedeva le doti morali, umane, politiche e militari proprie delle personalità eccelse: amore per la libertà, coraggio, intelligenza tattica e strategica, temerarietà, rispetto per il nemico, orgoglio e dignità; l’ultimo smacco a Roma lo dette togliendosi la vita, preferendo la morte alla prigionia, quest’ ultimo, estremo piacere, alla nemica di sempre, non lo concesse.
E persino Roma, così raramente generosa con i suoi avversari, dovette riconoscerne quella grandiosità etica e guerresca che le aveva fatto correre uno dei pericoli maggiori della sua gloriosa storia.
Nel I secolo d.C., il poeta latino Silio Italico scrisse un’opera epica su Annibale, cui attribuì, accanto ad altri vizi ed indiscutibili virtù, anche la consapevolezza della sconfitta finale e dell’inutilità di tutti gli sforzi.
Il che non lo fermò.
E nel poema, il padre Amilcare, che aveva inculcato al figlio l’odio verso i romani e l’aveva spinto a combatterli, mentre gli rivela la futura vittoria di Roma, aggiunge:
“Se il destino ti impedisce di liberare la patria da questa infamia, la tua gloria sia quella di averlo voluto”.












